Intervista a Matteo Pericoli

 
  • 22 febbraio, 2012

Di Matteo Pericoli  (di cui avevamo parlato qui), in realtà, ci avevano colpito diverse cose:  la poliedricità della sua arte, il suo modo di interpretare il paesaggio urbano e, soprattutto, il suo stretto legame con New York.

Quest’oggi, con la complicità dello stesso Matteo, abbiamo deciso di ritornare per un attimo sui nostri passi e di approfondire questo particolare aspetto della sua biografia. Così, la nostra curiosità sul suo rapporto con la Grande Mela ha dato vita a queste otto domande. E a un disegno

 

Ci descriva in tre parole la sua esperienza a New York

1) Indipendenza. L’unico modo per far parte in qualche modo del grande meccanismo / motore della città di New York è di abbandonare tutte le finzioni ed essere se stessi. Non cercare di omologarsi ma, al contrario, sviluppare e coltivare una sorta di indipendenza nel modo di pensare ed essere. Ascoltare la propria voce interiore. E’ una città fatta di moltitudini di singolarità, e non serve (e non aiuta) cercare di omologarsi a qualcosa o a qualcuno.
2) Scoperta. E’ vivendo e lasciandomi andare a New York che ho scoperto un po’ di più chi sono io, come sono e come penso. Credo che ciò che dico e ciò che penso oggi sia principalmente il risultato del mio essermi trasferito a New York. Ovviamente ci sono i momenti giusti e quelli meno giusti per fare questo tipo di spostamenti. Il mio del 1995 (da Milano a New York) si è rivelato, senza che lo sapessi, ottimale.
3) Solitudine. La solitudine di New York è spesso tangibile, mi verrebbe da dire che ha quasi un sapore. Anzi, è come fosse un evidenziatore di sapori, quindi è in grado di farti sentire il padrone del mondo un giorno e quello dopo ti schiaccia impietosamente.

L’idea dei libri “Unfurled” come è nata? Perché la voglia di “srotolare” le metropoli?

Perché, pensavo, disegnando tutto invece di qualcosa, forse mi sarei sforzato a capire meglio il luogo dove vivevo. E poi così avrei potuto raccontarlo (in un disegno) ai bambini. Con il “tutto” potevo combattere quel “qualcosa” che veniva sempre mostrato e ripetuto della città. I soliti palazzi, le solite aree, gli stereotipi urbani che sono come delle sinapsi da cui non ci si riesce a liberare facilmente, perché tutti insistono sulle stesse cose. Così, trovandomi un giorno sulla Circle Line (il battello che circumnaviga Manhattan), ho pensato semplicemente, “Ma perché non provare a disegnare tutto?”

Una sua illustrazione di Manhattan Unfurled è diventata la copertina dell’ album “To the 5 Boroughs” dei Beastie Boys. Che peso ha la musica nei suoi lavori?

Dipende dalle ore della giornata e dal mio umore. Se, per esempio, sono in dirittura d’arrivo con un lavoro, ho risolto le parti complicate, so quali linee andrò a disegnare di lì a breve, allora ho voglia di alzarmi spesso, voglio sentire musica energetica. Alle volte quasi ballo da solo. In altri momenti, quando la concentrazione o la preoccupazione sono diversi, e sono indeciso e timoroso, allora voglio il silenzio. Il mio essere terribilmente abitudinario può far sì che se un album o un tipo di musica viene associato (dal mio cervello?) a un buon momento di produzione, allora è possibile che ascolti solo quello per mesi. Mia moglie non sopporta tanto questa cosa. Mia figlia (che ha cinque anni e mezzo) molto di più!

Ha disegnato gli edifici di New York e le viste dei newyorkesi. E i newyorkesi? Chi sarebbero i newyorkesi dei suoi lavori?

E’ una bella domanda. Forse non so come rispondere. Anzi, forse è meglio non cercare di rispondere. I newyorchesi sono di tutti i tipi e vengono da ovunque nel mondo. C’è in comune tra tutti, però, la sensazione di condividere il motivo di fondo per cui si è lì. E’ strano, ho provato questa sensazione parlando con immigrati dall’est asiatico o dal Sudamerica. E con persone che fanno i lavori più disparati. Quello che mi ha sempre interessato è capire cosa sia realmente la città che tutti guardano e in cui tanti vivono. Come la si percepisce, come la si vede. Disegnandola tutta o nascondendomi dietro alcuni punti di vista (in certi casi dietro gli occhi degli abitanti delle finestre che ho disegnato), per vederla come la si vede proprio da lì.

Lo schizzo di Queens Plaza realizzato per noi da M. Pericoli

Quali erano i suoi posti a New York? Ce ne disegna uno?

Questa domanda è un po’ crudele, adesso mi viene nostalgia: i campi di tennis di Riverside Park e 96th Street; le rampe d’accesso al livello superiore del Queensboro Bridge venendo da Queens, Hunters Point (Queens); il Metro Diner su Broadway e 100th Street; il loop di Central Park quando ancora si poteva fare in moto (la mia), la sera; e il treno numero 7 quando sta per arrivare a Queens Plaza (di fianco).

Cosa  vorrebbe ancora di NY e cosa invece non le manca proprio?

Mi manca tutto ciò a cui ho accennato nelle risposte sopra. Le “tre parole”, trovare e parlare con più persone in cerca di qualcosa e curiose degli altri (in Italia questo mi manca tantissimo, ho trovato venendo qui, purtroppo, soprattutto scetticismo e chiusura), il senso di inclusione invece che di esclusione. A New York il terreno è tanto fertile quanto poco profondo; non mi manca il senso del “tutto temporaneo”, l’ansia che viene quando si pensa all’assicurazione sanitaria che costa come un affitto e che si può perdere da un giorno all’altro (speriamo dal 2014 tutto ciò cambi), o la complessità nel pianificare l’educazione per i figli, o i palazzi convertiti a “co-op” con i comitati degli inquilini (i fatidici “co-op board”) che controllano la tua vita, o la BQE* (la Brooklyn-Queens Expressway).

Quale altra forma artistica la intriga, oltre al disegno?
Non saprei. Tutto ciò che è sincero e sentito. La scrittura mi affascina e mi affascina l’autodisciplina (o la mancanza della stessa) degli scrittori. La musica. L’architettura, ovviamente, che ho studiato e praticato per anni. Ma mi interessano soprattutto le persone che trovano e coltivano la propria voce – in qualsiasi disciplina – e vanno dritti per la loro strada. Lo sport è per me una grande arte. Lo sport è crudele e sincero. Non si può fingere – come può chi usa il cervello e non il corpo – e bisogna prima assorbire e far propria una tecnica per poterla poi oltrepassare. Come nella danza.

Come vede declinato, in futuro, il suo percorso artistico?
Non ne ho idea. Ci sono dei giorni che ho la sensazione di seguire una strada, un percorso. Che nelle migliaia di linee che traccio e nelle tante finestre o città che disegno c’è uno scopo, una qualche scoperta nascosta. Altre volte non lo so. Vorrei scrivere di più, molto di più. Ma più di questo, purtroppo, non posso dire…

 

Di nuovo grazie a Matteo per la sua immensa disponibilità.

 

 

*Il Brooklyn-Queens Expressway (più comunemente denominato “BQE”) è una delle arterie più importanti di New York, dal momento che collega i due boroughs con i punti ovest e nord di Long Island. La superstrada ha costituito uno dei più controversi progetti autostradali di New York dopo il suo completamento, avvenuto nel 1964

Lascia un commento