McMusa: ce la dà lei l’America. Letteralmente.

 
 
  • 18 novembre, 2014

Voce torinese e grandi occhi puntati sulla cultura nordamericana, la McMusa nel suo blog ci parla degli Stati Uniti e per farlo si lascia ispirare da affascinanti viaggi multimediali: romanzi, racconti, film, serie TV, canzoni, mostri sacri e icone pop. Tutto ha dignità d’esistere e può convivere nella stessa pagina, a patto che ci si possa raccontare una storia.

Chi è, e perché quel nickname, lo spiega direttamente lei: «La McMusa è un nome difficile, non lo capisce mai nessuno quando lo dico a voce, ognuno lo scrive un po’ come gli pare. Però a me piace, mi venne in mente nella mia vecchia mansarda mentre cucinavo. Allora: McM sono io, Marta Ciccolari Micaldi (iniziali); USA sono gli Stati Uniti, il focus del blog; Musa è la scrittura e, infine, tutto insieme, La McMusa, è un omaggio al pensiero postmoderno, all’ideologia del fast food, alla citazione pop, al decadentismo del sogno americano e alla fuga salvifica on the road: tutti concetti a cui io sono molto legata e che dettano lo stile dei contenuti».

All’interno dell’Universo Americano, c’è New York, una storia a parte.

 

Nel tuo blog affermi: “Se sei a New York e ti senti a casa allora sei un newyorker e quella casa hai il diritto, la giusta conformazione spirituale e carnale, per trattarla come tua”. Qual è stato il posto in cui ti sei sentita più “a casa”? Il tuo angolo intimo di New York.

Bryant Park, nel mezzo della foresta di grattacieli di Manhattan, un giardino verde dietro il tempio della Public Library, tra la Quinta e la Sesta. Ci andavo spesso, aveva compiuto su di me un mezzo miracolo: farmi apprezzare il jazz come i fanatici del jazz. Una cosa da pazzi per me. C’era un festival e io ascoltavo tutto in estasi, mangiando cheesecake enormi e studiando la cartina per capire dove andare dopo.


Quali sono gli immancabili per un percorso letterario newyorkese firmato McMusa?

Una domanda che in qualsiasi modo rispondi è un casino. New York è una storia diversa ad ogni suo angolo, è la fonte narrativa da cui si dissetano una marea di scrittori, uno dei pochi luoghi della terra dove per ogni persona c’è almeno una storia. Qualcuno – uno sconosciuto – me l’ha detto una sera, mangiando in un sushibar a Chelsea: a New York tutti arrivano e tutti vanno, immagina quanti racconti per ognuno che va e per ognuno che arriva. Aveva ragione.

Tento, però, di rintracciare le mie (e dico mie così non mi saltate tutti addosso a dire “eh ma non hai messo questo e questo e questo”) storie irrinunciabili, quelle che mi hanno insegnato a pensare a New York come un posto concreto fatto di strade, parchi, persone, grattacieli, ponti e poi sono riuscite anche a rendere leggendaria quella familiarità. Io metto: Follie di Brooklyn e Sunset Park di Paul Auster, che è un po’ come il grande e autorevole papà di tutti noi fanatici della New York al di fuori di Manhattan; La fortezza della solitudine di Jonathan Lethem, un libro magnifico sulla vita di strada sempre a Brooklyn, gli anni Settanta, i fumetti, i super eroi, la musica e l’amicizia tra un ragazzino bianco e uno nero; American Psycho, il libro preferito della McMusa, che così quando andrete a Central Park o nell’Upper East Side o soprattutto a Wall Street imparerete a percepire – per ogni uomo in giacca e cravatta che vedrete passare – la paura oltre l’attrazione, la spietatezza dietro ogni forma di glam; ultimo romanzo, Al limite della notte di Michael Cunningham, una storia d’amore a tre che ne nasconde un’altra molto più profonda, una storia che ha a che fare con l’identità che ognuno può scegliere di avere (o di essere) abitando a Manhattan.


Parli spesso di Paolo Cognetti, autore milanese che firma il documentario
Il lato sbagliato del ponte in cui intervista 4 scrittori di Brooklyn: tu con quale autore vorresti parlare passeggiando per New York e cosa gli chiederesti?

Bret Easton Ellis. Io sogno di andare a bere con BEE a Tribeca, di ubriacarmi con lui e farmi raccontare un sacco di pettegolezzi. Non sono il tipo di persona che ama chiedere agli scrittori come scrivono, dove trovano le loro storie, cos’hanno in mente per il futuro, dove diavolo trovano l’ispirazione e così via. Queste cose mi annoiano terribilmente. Inesorabilmente. A me dello scrittore interessano i libri. Dell’uomo, invece, mi interessa la vita. Dunque, se potessi passeggiare per NYC con uno scrittore, gli chiederei un’ora, due ore della sua vita normale, come se io fossi un’amica con cui incrociare i bicchieri augurandoci a vicenda di non restare mai soli.


Nel blog, Figurine è la rubrica dedicata ai collezionisti di curiosità più o meno introvabili made in USA. Alla voce New York compare l’illuminata iniziativa del blog letterario Book Riot: per 50 dollari i lettori possono farsi recapitare  a casa una scatola contenente titoli a sorpresa. Tu quali libri spediresti ad un lettore ignoto?

No no, non i collezionisti.. sono io la collezionista, la collezione è la mia! È la collezione di Figurine, appunto! Questo della Figurina è un format che mi piace molto: racconto una piccola curiosità culturale (su attori, artisti, tendenze, giornali e così via), la corredo con una citazione (spesso inedita in Italia) e fornisco le coordinate per andare ad approfondire l’argomento a chi è interessato (la fonte della notizia, generalmente). Il tutto è confezionato in una bellissima grafica a forma di figurina che realizza ogni volta il mio collega musicista e grafico Thomas Guiducci. I ragazzi di Book Riot, web magazine indipendente nonché contenitore di un sacco di notizie sui libri, fa questa cosa del pacco pieno di “bookish stuff” che io trovo geniale. Io a un lettore ignoto, quindi, spedirei: un pacchetto di Figurine della McMusa versione reale (proprio adesive), qualche cavolatina a tema America (una mini bandiera, un segnalibro, una gomma per cancellare), un block notes firmato da qualche disegnatore americano degno di nota, e poi un libro. Probabilmente Le mille luci di New York che quest’anno compie 30 anni.


Sei stata a New York da sola ma affermi che a New York in realtà non si è mai soli e che per strada la gente spesso ti saluta. Perché accade secondo te?

Per quello che mi ha detto quello sconosciuto al sushibar: siamo tutti uguali a NYC, esploratori solitari che vivono, ognuno per il proprio tempo, un piccolo sogno. Anche solo un progetto. Tanto vale mostrarsi gentili verso gli altri, solidarizzare e, quando scatta il feeling, chiacchierare e conoscersi. Le amicizie, le storie d’amore, i contatti sono cose che si cercano, non capitano se stai lì senza far niente. La città te li porta via. La prima cosa da imparare su New York è proprio questa infatti, che la città è di sicuro più avida di te.


La McMusa non è solo una voce, è una persona in carne e ossa. E dunque, ammesso che le due cose si possano scindere, fatta di sensi. Un profumo, un rumore, un sapore  newyorkesi.

Facile: il brunch con il cappuccino da un lato e il Bloody Mary dall’altro, uova giganti nel piatto e tu vestita sciattissima in mezzo a gente che non ti guarderebbe storto neanche fossi nuda. È il mio sapore della libertà. La norma della domenica a mezzogiorno a NYC, una cosa che se la cerchi altrove non sono certa tu possa trovarla.


Marta è più Manhattan o più Brooklyn?

Allora, io dovrei senz’altro dire Brooklyn. Perché – non c’è storia – è proprio più simile a me: come locali, stile di vita, misure, gente. Però immaginate di vivere avendo sempre di fronte il centro del mondo, sentire la sua energia, la sua carica, sapere di essere a dieci minuti di metro da dove tutto accade e tutto si muove. A livello non nazionale ma planetario. Dài. Se devo sognare preferisco farlo in grande: Marta nella sua vita ideale vive a Manhattan, e precisamente a Chelsea, il primo quartiere che l’ha accolta e in cui ha lasciato il cuore.


È venerdì sera e per un istante fingiamo di non essere a Torino: hai una città ai tuoi piedi e questa città è New York. Dove vai?

Non ne ho la più pallida idea, andrei dove quella sera mi portano i piedi. Però prima di seguirli, chiamerei un amico e gli direi: “Ci fumiamo una siga sul ponte di Brooklyn e poi decidiamo che fare?”.

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